La Cina chiude le porte alla tecnolgia straniera

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"3-5-2" è il curioso nome di una strategia messa in campo dal governo di Pechino per rimuovere da qualsiasi ufficio pubblico cinese software e hardware prodotti oltreconfine, il progetto sarebbe stato perfezionato la scorsa primavera ma se ne avrebbe avuta notizia soltanto nelle scorse ore. Terminali, componenti e applicativi dovranno essere obbligatoriamente Made in China.

In questo modo le autorità locali dovrebbero riuscire ad ottenere un duplice risultato sia dal punto di vista economico che da quello politico: incentivare l'economia interna e sferrare un nuovo colpo contro il predominio degli Stati Uniti nel settore tecnologico. In un periodo caratterizzato dalla guerra dei dazi tra Oriente ed Occidente la notizia assume un'importanza ancora più rilevante.

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Con tutta probabilità saranno i produttori statunitensi a subire il maggior contraccolpo da questa iniziativa, basti pensare ad una multinazionale come Microsoft che, stando così le cose, non potrà più partecipare a gare d'appalto indette dalla Pubblica Amministrazione cinese per la fornitura di sistemi operativi o software per la produttività.

Stesso discorso per quanto riguarda l'erogazione di servizi Cloud based, in cui un'azienda come Amazon è leader mondiale grazie all'infrastruttura AWS, e la distribuzione di semiconduttori, dispositivi mobile e qualsiasi altro componente hardware. L'idea è che le compagnie cinesi siano ormai in grado di soddisfare il fabbisogno di tecnologia interno in una condizione di sostanziale autarchia.

La scelta del nome "3-5-2" ha inoltre una spiegazione che andrebbe ricercata nei tassi di sostituzione previsti per i prossimi anni: entro il 2020 dovrà essere rimpiazzata il 30% della tecnologia non cinese oggi impiegata, nel 2021 questa percentuale dovrà essere pari al 50% per poi sostituire il restante 20% entro la fine del 2022. In ogni caso l'obbligo non dovrebbe essere esteso ai privati.

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