Uber licenzia 3.700 dipendenti

Quello della sharing economy continua ad essere uno dei comparti maggiormente compromessi dall'emergenza legata alla pandemia di Coronavirus (SARS-CoV-2), tra le realtà più colpite vi sono infatti non soltanto quelle che operano in settori come i viaggi, l'ospitalità e il turismo, ma anche le attività il cui core business è incentrato sulla mobilità.

Una di queste ultime, Uber, avrebbe deciso nelle scorse ore di rinunciare a ben 3.700 collaboratori, in pratica il 14% della forza lavoro fino ad ora occupata in azienda. Tale iniziativa sarebbe stata motivata facendo riferimento ad esigenze di contenimento dei costi d'esecizio. Con il lockdown la domanda di servizi per il ride sharing è praticamente crollata in quasi tutto il Mondo.

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Dara Khosrowshahi, divenuto CEO della compagnia statunitense dopo l'abbandono della carica da parte del fondatore Travis Kalanick, ha voluto commentare la scelta del board con la massima sincerità: in questo momento il gruppo non starebbe gestendo una quantità di lavoro tale da poter garantire a tutti il proprio posto di lavoro.

Lo stesso amministratore delegato avrebbe deciso di rinunciare al suo compenso fino alla fine del 2020 e non è escluso che nel corso delle prossime settimane Uber possa procedere ad ulteriori tagli del personale. Secondo alcune indiscrezioni però, tra i dirigenti soltanto Khosrowshahi si sarebbe reso protagonista di un gesto di buona volontà lasciando le proprie spettanze nelle casse della società.

Brutte notizie sul fronte occupazionale anche da Lyft, considerato il maggior concorrente di Uber, che avrebbe già rinuciato a 982 dipendenti; un'altra parte rilevante dell'organigramma sarebbe ora in congedo non retribuito e i compensi dei manager sarebbero stati decurtati. Lyft opera in un minor numero di mercati rispetto a Uber e potrebbe risentire più gravemente della crisi in atto.

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